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Elisabetta Cardella - These plants can kill

THESE PLANTS CAN KILL Dal 16 al 24 febbraio 2019 Inaugurazione sabato 16 febbraio 2019 ore 18.30 IpazziFactory via Palestro 21, Pisa Opere di Elisabetta Cardella Installazione interattiva a cura di Alma Artis - Accademia di Belle Arti Suono Massimo Magrini A cura di Carlo Alberto Arzelà "Un giardino pericoloso questo. Intrappolato nelle pietre, trafitto da spine, braccato da animali che mostrano i denti, circondato da insetti velenosi, fiori che avvinghiano fino a soffocarti. Occorre lottare. L’unica arma per uscirne vivi è la bellezza."

LIKE, The first generation of artists in the net community

















Marcos Alvarez - Nina Carini - Lorenzo De Angelis - Francesco Fillini - Gergely Kiss - Quentin Lefranc - Taizo Matsuyama - Charley Peters - Francesco M. Tumbiolo - Amo Vaccaria - Una mostra a cura di Francesco Fillini

12 - 26 Maggio 2018
spazio espositivo per l'arte contemporanea
iPazziFactory via Palestro 21, 56127 Pisa

Opening sabato 12 maggio h. 18:30

Quella attuale è la prima generazione di artisti che ha l’opportunità di seguire in tempo reale ciò che accade nel mondo dell’arte da un capo all’altro del pianeta. Sui profili di Instagram o di Facebook gli artisti postano i loro lavori appena terminati, talvolta rendono visibile il corso d’opera e, attraverso immagini coerenti, la loro atmosfera e il loro mondo. Gestire un profilo su un social network diventa un atto della contemporaneità. La nuova geografia della comunità artistica è virtuale e il frutto di questa osservazione globale, reciproca e immediata ci sarà offerto dagli emergenti più talentuosi e autonomi di questa generazione.

NOTA DEL CURATORE
LIKE
The first generation of artists in the net community.

Quella attuale è la prima generazione di artisti che ha l’opportunità di seguire in tempo reale ciò che accade nel mondo dell’arte da un capo all’altro del pianeta. Alla fine degli anni ’50, primi ’60, in Italia, ma anche in Francia, l’arte era o surrealista o informale, mentre in America già nel ’53 Rauschenberg “cancellava” De Kooning. Soltanto quando nel ’64 l’artista americano vincerà la biennale veneziana, l’Italia scoprirà lui e dunque la Pop Art. Ecco, questo trasferimento lento di movimenti artistici già formati e compatti verosimilmente non accadrà più. Sui profili di Instagram o di Facebook gli artisti postano i loro lavori appena terminati, talvolta rendono visibile il corso d’opera e, attraverso immagini coerenti, la loro atmosfera e il loro mondo. La privazione del privato così invisa dai detrattori del progresso tecnologico, e da chi biasima, sia pure comprensibilmente, chi ne abusa, in questa area può rivelarsi una privazione fertile e comunque si giudichino gli eventuali effetti, rischia di diventare volano di un cambiamento culturale. Le immagini pubblicate dagli artisti, è evidente, sono al servizio di una narrazione di sé, sono una dichiarata operazione promozionale, un tentativo di allargare la rete di interlocutori ed estimatori fra altri artisti e qualsiasi altra forma di promotori del settore. Quando però le intenzioni di un individuo coincidono con quelle di una comunità molto ampia succede che il senso della somma di quelle intenzioni trascenda il proposito iniziale di ognuno e acquisti valore di costume. Diventa, nel caso specifico della comunità delle nuove generazioni di artisti, una prassi estetica, nonché un habitus che l’artista condivide tanto con gli esponenti del proprio mondo, quanto col mondo tout court e con lo spirito del tempo. Gestire un profilo su un social network, da questo punto di vista, oltre ad avere un senso di utilità personale, diventa un atto della contemporaneità, uno dei tanti di cui l’artista deve fare esperienza affinché il sentimento della stessa rimanga coinvolto nel proprio percorso di ricerca. Ovviamente non facciamoci prendere dagli entusiasmi: come ogni forma di globalizzazione può produrre da una parte una maggiore uniformità espressiva e formale fra artisti molto distanti fra loro (date per esempio un’occhiata al profilo Instagram whos___who che argutamente dal 2016 propone un repertorio di opere, a due a due, a tre a tre, ispirate dalla stessa idea), dall’altra una serie di orgogli particolari più o meno resistenti. Ma il punto non è darne un giudizio dettato da idealismi, semmai è interrogarsi su come cambi l’arte al cospetto dell’avvento delle nuove tecnologie, che a tutt’oggi rimane l’unica reale rivoluzione rispetto allo stile di vita del secolo scorso. Credo che per ora tutto ciò che possiamo aspettarci è che l’arte dia una sua interpretazione del concetto di deterritorializzazione e che pertanto raccordi o superi in velocità i gruppi locali, gli ismi e le radici. La fine delle esperienze aggregative, dei movimenti artistici legati al territorio è già stata infatti decretata da tempo: gli ultimi di levatura internazionale erano stati gli Young British Artists negli anni ’90 e tendenzialmente l’individualismo, che si è imposto in molti settori del nostro vivere sociale, è ormai l’unico modello vincente anche in arte. Se però il dispositivo dal quale siamo tutti morbidamente catturati, non tanto come oggetto elettronico ma come la rete alla quale si connette, restituisce alla comunità artistica un luogo nuovo di assembramento, allora, in virtù del fatto che ogni mondo tende a replicare formalmente se stesso, nuove incarnazioni dell’oggetto d’arte forse sono possibili. Un corpus articolato e proteiforme, mi aspetto, che tradisca elementi di spaesamento – letteralmente - che ammetta un vuoto alle spalle, e che, in continuità invece con l’arte contemporanea degli ultimi decenni, si riconosca in una deriva di opere audaci ma problematiche. Gli artisti già affermati, almeno in questa fase, hanno contemporaneamente e paradossalmente un ruolo attivo e passivo: da una parte si costituiscono come fari e inducono a sforzi di imitazione e di allontanamento da parte della base (si veda tutto il fenomeno dello Zombie Formalism che ancora ci riguarda), dall’altra, non avendo alcuna urgenza di promuoversi, o si chiamano fuori dalle dinamiche virtuali o ne fanno un uso quasi del tutto slegato alla loro professione. E’ solo dagli artisti emergenti di questa generazione, e dai più talentuosi e autonomi nonostante tutto, che possiamo aspettarci il frutto di un’osservazione reciproca, globale e immediata.
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- Francesco Fillini
per collettivo iPazziFactory